E' uscito il nuovo libro di Federsupporter

 

Casa STADCO o Casa ROMA ?

                                                                                          

18 dicembre-Tor di Valle : “ Cari Romanisti benvenuti  a casa STADCO”

In linea di continuità con una posizione editoriale, non solo totalmente acritica, ma di aperto ed entusiastico sostegno all’operazione Tor di Valle, il “Corriere dello Sport”, nell’ edizione romana del 9 dicembre scorso, ha pubblicato, a titoli cubitali,  in prima, seconda e terza pagina, una lettera che il Presidente della AS Roma spa, James Pallotta, ha rivolto ai tifosi romanisti, nonché un inserto speciale intitolato “Casa Roma”, di sette pagine, interamente dedicate ad illustrare ed a magnificare la suddetta operazione.

Ebbene, anche Federsupporter si permette di rivolgersi ai “Cari romanisti” per portare a loro conoscenza, affinchè possano, liberamente ed autonomamente, formarsi una opinione “ex informata coscientia” sull’operazione quanto segue.

 

Per prima cosa,  debbono sapere che Tor di Valle non è e non sarà “Casa loro”.

E’ e sarà, invece, “Casa” di esclusiva proprietà della NEEP Roma Stadio TDV, così detta “ STADCO”, società attualmente ed interamente controllata dalla NEEP Roma Holding spa, che sarà partecipata da Eurnova spa,società del soggetto proponente, riconducibile al noto costruttore Parnasi, proprietario di terreni su cui sorgerà l’opera.

A propria volta, la NEEP Roma Holding spa,  società controllante STADCO e  AS Roma spa è controllata, nell’ambito di quella che nel gergo tecnico si definisce catena di società, dalla AS Roma SPV LLC, società equivalente ad una srl  dello Stato americano del DELAWARE.

Uno Stato in cui risultano costituite e domiciliate numerose società, in quanto in tale Stato è garantita la massima segretezza dei soci delle società ivi costituite e domiciliate, nonché la possibilità di occultamento degli introiti delle stesse e, in particolare, dei loro proprietari e gestori.

La AS Roma spa, pertanto,  sarà, come lo è oggi per lo Stadio Olimpico, una mera utilizzatrice del nuovo Stadio.

La mancata proprietà di quest’ultimo da parte della AS Roma spa, peraltro, contrasta con uno dei principi fondamentali del fair play finanziario dell’UEFA, secondo cui non vengono contabilizzati, ai fini dell’indebitamento delle società, i costi sostenuti per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti delle stesse società.

Mancata contabilizzazione che persegue il fine di patrimonializzare le società calcistiche che non lo sono affatto o lo sono scarsamente.

Si deve, infatti, tenere conto che il così detto “patrimonio calciatori” lo è solo in maniera virtuale, poiché destinato ad estinguersi al termine della durata del rapporto contrattuale che lega gli stessi calciatori alle società.

Nel caso in questione, quindi, la realizzazione del nuovo Stadio  che, come detto, non è e non sarà della AS Roma spa, non comporterà per essa alcun reale incremento del suo patrimonio.

I “ Cari romanisti” debbono, inoltre, sapere che, nonostante la Deliberazione comunale n. 32 del 14 giugno scorso abbia ridotto la cubatura del così detto “Business Park”, cui è annesso lo Stadio, tale “Business Park” – e la parola “business” non fu mai così appropriata- resta, comunque, di complessivi 139.500 mq, comprensivi di edifici direzionali privati, pubblici esercizi, sportelli bancari e finanziari, esercizi commerciali e strutture di vendita, ai quali si debbono aggiungere ulteriori 20.000 mq destinati a grandi strutture di vendita.

Lo Stadio vero e proprio, da intendersi anche comprensivo di piccoli esercizi commerciali,  di strutture ricettive, di una “Hall of fame”, di strutture destinate allo sport, allo spettacolo, alla cultura, congressuali, turistiche, è di complessivi 52.500 mq.

Dunque, la superficie totale lorda del “Business Park” risulta , pur sempre, di gran lunga prevalente ( circa il 75% del totale) rispetto alla superficie utile lorda dello Stadio, pur esso comprensivo di locali e strutture commerciali ( circa il 25% del totale).

Squilibrio che illegittimamente altera l’adeguatezza e la congruenza della normativa sull’impiantistica sportiva in rapporto al fine da essa perseguito.

Fine che non può essere certamente quello, con il pretesto di realizzare nuovi impianti sportivi, di consentire la realizzazione, da parte e a favore di soggetti diversi da società sportive, in deroga a strumenti urbanistici, di enormi complessi edilizi privati che includono anche quelli a destinazione residenziale, nel limite del 20 % della superficie utile, da destinare ad “ alloggi di servizio” strumentali alle esigenze degli atleti e dei dipendenti della società o dell’associazione sportiva utilizzatrice dell’impianto.

Deroga, quest’ultima, al divieto generale di realizzazione di nuovi complessi di edilizia residenziale, chiaramente elusiva e limitativa di tale divieto.

Allo scopo di costruire il “Business Park” è necessario procedere ad una variante allo strumento urbanistico comunale, a seguito della quale, aree, oggi inedificabili, vengono trasformate in edificabili, così che, per esclusiva scelta del privato ed a suo esclusivo beneficio, si avrà quella che, nel gergo tecnico, viene definita, “spendita di moneta urbanistica”.

Vale a dire che, alla realizzazione dell’opera di proprietà del privato, contribuiranno, in maniera cospicua, tutti i cittadini.

Né basta, perché, al precipuo fine di rendere utilizzabile e fruibile il complesso edilizio che qualcuno,  non a torto, ha definito “ ECOMOSTRO”, i cittadini dovranno costruire, a loro carico, mediante risorse pubbliche messe a disposizione sia dallo Stato ( Ministero delle Infrastrutture e Trasporti), con due ponti ( Ponte dei Congressi e Ponte di Traiano : il primo, secondo stime attendibili, che non sarà pronto prima del 2022 o 2023 e che renderà inutilizzabile lo Stadio prima di tali date), sia della Regione Lazio , in quest’ultimo caso, per il così detto “revamping” della linea Roma-Lido.

Linea che  è unanimemente considerata tra le più disastrate ed inefficienti, in Italia ( vedasi i dati, a dir poco, sconfortanti rilevati e pubblicati da Legambiente), al cui recupero l’Ente che gestisce il metrò di Parigi ha stimato essere necessari non meno di 400 milioni di euro, mentre si prevede che il contributo del privato al suddetto “revamping” sia di appena 45 milioni di euro ( verrebbero acquistate solo 5 vetture nuove).

Ne consegue che il resto rimarrebbe a carico della Regione Lazio, con l’effetto che, anche sotto questo punto di vista, “Business Park” e annesso Stadio finiranno per essere a carico di Pantalone.

Quel che è peggio, poi, è che, prevedendosi a seguito  del “ revamping” che la linea Roma – Lido, in specie in occasione delle partite, deve – dovrebbe- garantire un afflusso e deflusso a/dall’area di almeno 20.000 passeggeri trasportati su 16 treni l’ora ( in pratica, un treno ogni 5 minuti), v’è il rischio di trasformare quell’area in una micidiale “ trappola per topi” con enormi problemi di sicurezza ed incolumità pubblica.

Non solo, ma pur una volta raggiunta l’area con la Roma-Lido, i tifosi giallorossi non avrebbero completato la loro “Odissea”, poiché, per raggiungere lo Stadio, dovrebbero attraversare due ponti ciclopedonali.

E se non vorranno fare questo tragitto a piedi, dovranno avvalersi di biciclette rinvenibili in “ bike park”.

Uno scenario, dunque,  che non è esagerato definire apocalittico, in specie se si considera che le partite, spesso, ormai si giocano in giorni lavorativi, in ore serali, in inverno, con qualsiasi clima e che ad esse assistono bambini, anziani, disabili.

E viene anche da ridere, se non ci fosse da piangere, pensando alla fine che, finora, hanno fatto nella Città sbandierati progetti di “ bike park” e “bike sharing”, essendo noto a tutti, meno evidentemente che agli attuali amministratori capitolini, che, non in aree periferiche, quale Tor di Valle, ma in pieno centro cittadino sono prontamente “ sparite” biciclette, rastrelliere e paline di sostegno delle stesse biciclette posizionate nei “ bike park” finora realizzati.

Per non parlare, altresì, del grave rischio di esondazioni che grava su quell’area e che impone – avrebbe imposto- il rispetto del principio comunitario di precauzione.

Principio per il quale, laddove sussiste una minaccia all’ambiente, alla sicurezza e salute umana, anche nel caso in cui il rischio di effetti potenzialmente pericolosi di un fenomeno, in base a valutazioni scientifiche ed obiettive, non sia definitivamente accertato, tale rischio deve essere evitato.

E a proposito di principio di precauzione, degni di nota sono alcuni contenuti di una lettera che il Segretario Generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale- Bacino del Tevere ha indirizzato, nel settembre scorso,  alla Sindaca di Roma e, per conoscenza, al Capo Dipartimento della Protezione Civile, al Ministro dell’Ambiente, al Presidente della Regione Lazio, al Prefetto di Roma.

In tale lettera si evidenzia la necessità di aggiornamento del Piano di Protezione Civile con indicazione di nuove aree a rischio idrogeologico, sottolineandosi che sono presenti  livelli  di rischio “inaccettabili e molto preoccupanti all’avvio della stagione autunnale”.

La lettera prosegue affermando  che ci sono “ rischi elevati per la presenza di vaste aree densamente abitate da oltre 250.000 cittadini, il dato probabilmente più elevato a livello europeo, luoghi di lavoro, aree turistiche. In particolare la pericolosità idraulica lega le aree fociali della bonifica storica di Ostia e di Fiumicino e numerose aree urbane come Torrino, Statuario, Tor Sapienza, Prima Porta”.

A dette affermazioni la Sindaca ha risposto con una propria lettera, mettendo in risalto “ le catastrofiche conseguenze dello sfruttamento indiscriminato del territorio ( cementificazione selvaggia, abusivismo edilizio e consumo del territorio)”.

Viene da chiedersi, alla luce di quanto precede, quale conformità e coerenza vi sia tra la realizzazione dell’insediamento a Tor di Valle e le considerazioni e valutazioni di cui sopra.

Aggiungasi che, secondo Corte Costituzionale, sentenza n. 85 del 9 maggio 2013, in caso di conflitto con diritti ambientali, culturali, paesaggistici, il diritto di iniziativa economica privata deve recedere.

Non v’è dubbio, quindi, che, in ossequio al principio di precauzione, si sarebbe dovuto scegliere un’area diversa da quella di Tor di Valle che, tra l’altro, non era neppure quella prioritariamente e preferenzialmente suggerita dalla Società di consulenza incaricata dal soggetto privato di individuare e indicare possibili localizzazioni dello Stadio.

Al riguardo, si è completamente dimenticato che l’art. 1, comma 305, della Legge n. 147/2013, recante la normativa sull’impiantistica sportiva, stabilisce che  gli interventi da essa previsti vanno realizzati prioritariamente, ove possibile, mediante recupero di impianti esistenti o costruzione di nuovi in aree già edificate.

Norma la cui evidente ratio risiede nel limitare, ove possibile, il consumo di nuovo suolo pubblico, la spendita di moneta urbanistica, la necessità di nuove, costose infrastrutture e l’inutilizzazione e l’abbandono di impianti, in specie se pubblici, già esistenti.

Proprio in base a tale norma la Regione Lazio, non certo casualmente, aveva richiesto al Comune, senza ottenere risposta,  di indicare le proprie previsioni in merito al sistema dei grandi impianti per lo sport, sia in progetto sia esistenti, con espresso, specifico riferimento allo Stadio Olimpico ed allo Stadio Flaminio.

Mancate indicazioni di previsione che, secondo una fonte autorevole quanto insospettabile come la Rivista “ Spazio Sport” di CONI Servizi, n. 28/2014, in difetto di adeguata motivazione dell’impossibilità di  interventi come sopra, pone l’intero provvedimento a rischio di annullamento nelle competenti sedi giurisdizionali.

Il medesimo rischio sussiste per i  motivi che seguono.

Il primo, perché, ai fini dell’esame e valutazione della nuova soluzione progettuale scaturita dalla Deliberazione comunale  n. 32 del 14 giugno scorso rispetto al Progetto scaturito dalla Deliberazione n. 132 del 22 dicembre 2014, si sarebbe dovuto, secondo costante giurisprudenza amministrativa, procedere alla rinnovazione e ripetizione, dall’inizio e per intero, del procedimento di cui all’art. 1, comma 304, Legge n. 147/2013.

Si è proceduto, invece, soltanto alla rinnovazione e ripetizione della frazione finale, avente natura endoprocedimentale, del procedimento: vale a dire la Conferenza di servizi decisoria.

Il secondo, perché, secondo quanto sancito dalla Corte Costituzionale, sentenza n. 206/2001, “  la previsione secondo cui la proposta di variante può essere approvata definitivamente dal consiglio comunale, senza l’ulteriore approvazione regionale, equivale a consentire che lo strumento urbanistico sia modificato senza il consenso della Regione, con conseguente lesione della competenza regionale in materia urbanistica”.

Previsione che è proprio quella di cui  all’art. 62 ( Costruzione di impianti sportivi) del Decreto Legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito nella Legge 21 giugno 2017, n.96, laddove si stabilisce ( comma 2 bis) che il verbale conclusivo della Conferenza di servizi decisoria che approva il Progetto costituisce variante allo strumento urbanistico comunale  da trasmettersi al Sindaco  che lo sottopone all’approvazione del Consiglio comunale.

Né l’approvazione data al Progetto in sede di Conferenza di servizi decisoria da parte del Rappresentante unico della Regione può costituire valida approvazione di quest’ultima della variante.

Il suddetto Rappresentante unico, infatti, non ha la natura e le funzioni di un organo della Regione, essendo un mero mandatario delle volontà delle amministrazioni regionali coinvolte nella Conferenza di servizi e, comunque, non sarebbe l’organo della Regione statutariamente competente e deputato ( Giunta regionale) ad approvare la variante urbanistica.

Il terzo, perché sarebbe viziato di manifesta irragionevolezza un provvedimento che, capovolgendo la ratio della normativa sull’impiantistica sportiva, anziché prevedere che sia il privato a realizzare, a proprio esclusivo e totale carico, opere nel pubblico interesse, si basi sul fatto che una parte consistente dell’onere per la costruzione di opere private venga posto a carico dello Stato e/o di Enti pubblici locali, cioè a spese dei contribuenti.

Il quarto, perché il potere di pianificazione del territorio comunale, mediante una interpretazione ed applicazione manifestamente distorte della suddetta normativa, verrebbe, di fatto, attribuito a scelte del privato nel suo esclusivo o prevalente interesse.

Il quinto, perché, come autorevolmente rilevato in un articolo su “Il Messaggero” del 22 aprile scorso dal Presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli, “ Il nodo cruciale è capire se la partecipazione a questo processo iperaccelerato, previsto per una associazione sportiva, sia valido per tutti i partecipanti alla realizzazione di un impianto sportivo. La domanda che mi faccio è la seguente: è adeguatamente giustificata questa procedura solo perché riguarda una associazione sportiva quando magari l’effettivo ruolo di questa associazione può essere marginale ?” .

In effetti, se si considera che l’associazione sportiva, in questo caso la AS Roma, non è né il soggetto proponente, né la proprietaria del nuovo Stadio, che il “Business Park” costituisce magna pars dell’opera, neppure strettamente funzionale alla fruibilità dello Stadio, la risposta negativa alla domanda non può che essere scontata.

E ciò, se si tiene anche conto che, secondo l’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici (AC. 31/29011), il conseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’intervento richiede il concorrente requisito che questo venga realizzato senza oneri per la Pubblica Amministrazione .

V’è da interrogarsi, infine, su quale sostanziale e non puramente nominale e formale differenza vi sia tra determinazioni di assenso al Progetto con indicazione di innumerevoli, quanto di difficìle ed improbabile realizzazione, prescrizioni, da un  lato e, dall’altro, determinazioni di dissenso con indicazione delle medesime o analoghe prescrizioni necessarie ai fini della convertibilità del dissenso in assenso.

Naturalmente queste cose il “Corriere dello Sport” non le ha dette, non le dice e non le dirà.

La verità è che, come più volte ribadito da Federsupporter, l’operazione Tor di Valle vede, come quelle analoghe che, per par condicio, certamente seguiranno, la netta prevalenza di convergenti interessi affaristici, elettoralistici e di marketing editoriale che nulla o ben poco hanno a che spartire con la genuina e ingenua passione sportiva dei tifosi.

Questi ultimi utilizzati e strumentalizzati come “ massa di manovra” per il perseguimento e conseguimento dei predetti interessi.

Federsupporter,per parte sua, ha sempre sostenuto e continuerà a sostenere il sacrosanto diritto dei tifosi di poter fruire, come in altri Paesi e come in altre Città ( vedasi, l’Allianz Stadium a Torino, il Dacia Stadium a Udine) di moderni, confortevoli, di agevole accessibilità impianti sportivi, viceversa, si è sempre opposta e continuerà ad opporsi a soluzioni contrarie ad un autentico pubblico interesse, carenti di sostanziali connotati di legalità e non  conformi ad uno Stato di diritto.

Dr. Alfredo Parisi                                                                 Avv. Massimo Rossetti

 

 

 

 

 

 

 

 

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