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Da Repubblica.it:
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Class action e doveri degli arbitri

 

27 dicembre 2017

 I fatti di Lazio-Torino dell’11 dicembre scorso offrono lo spunto per una più ampia e generale disamina dei doveri degli arbitri e della loro responsabilità civile per colpa.

Secondo il Regolamento AIA ( Associazione Italiana Arbitri), art. 40,  “ Gli arbitri sono tenuti a svolgere le proprie funzioni con lealtà sportiva, in osservanza dei principi di terzietà, imparzialità ed indipendenza di giudizio, nonché a comportarsi in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva, con trasparenza, correttezza e probità”.

 

Principi, peraltro, conformi sia al Codice di Comportamento Sportivo del CONI, in cui sono specificati “ i doveri fondamentali di lealtà, correttezza e probità” sia all’art. 1/ bis del Codice di Giustizia Sportiva della FIGC che prescrive per tutti gli appartenenti all’ordinamento calcistico l’osservanza dei suddetti doveri.

Per quanto riguarda gli arbitri di calcio, quindi, all’osservanza dei doveri di lealtà, correttezza e probità, cui sono obbligati tutti, indistintamente, gli appartenenti all’ordinamento calcistico, si aggiunge, trattandosi di coloro ai quali è conferita l’autorità di far osservare le regole del gioco nell’ambito delle gare che dirigono, l’osservanza anche dei doveri di terzietà, imparzialità ed indipendenza di giudizio.

Doveri riconducibili ai principi generali giuridici di buona fede e correttezza che vietano di “ dover considerare permesso ogni comportamento che nessuna norma vieta e facoltativo ogni comportamento che nessuna norma rende obbligatorio “ ( cfr. Francesco Galgano in “ Diritto Civile e Commerciale”, pag. 462, Padova, 1990).

Alla luce di quanto precede, non v’è dubbio, perciò, che la violazione dei suddetti doveri ne determina la responsabilità in capo all’agente.

Una responsabilità che va valutata, essendo gli arbitri di calcio dei professionisti, secondo la nozione di  responsabilità professionale.

Quest’ultima che esige dal professionista  il rispetto del dovere di diligenza nell’espletamento della sua attività.

Diligenza che non è quella comune del buon padre di famiglia, bensì quella professionale ex art. 1176 CC.

Una diligenza, cioè, commisurata alla natura dell’attività esercitata e pari a quella attendibile da un professionista di media capacità e preparazione.

Nei casi in cui l’esercizio di tale attività richieda la soluzione di problemi tecnici superiori alla media e, quindi, implichino una preparazione professionale superiore a tale media, la responsabilità del professionista sussisterà solo in ipotesi di colpa grave ( art. 2236 CC.).

Vale a dire in ipotesi di inosservanza del minimo di diligenza esigibile.

In altre parole, mentre in presenza di casi medi che non richiedano una preparazione professionale superiore alla media qualsiasi mancanza di diligenza professionale è inescusabile, nei casi più complessi, tale mancanza è scusabile sempre che essa non superi un livello minimo di diligenza comunque esigibile.

La responsabilità professionale per colpa comporta l’obbligo per il professionista di risarcire i danni causati dalla sua condotta, danni patrimoniali e non patrimoniali, cagionati a tutti coloro i quali li abbiano subiti a causa del comportamento negligente.

Nel caso di arbitri di calcio, con la recente introduzione, a valere per la stagione sportiva 2017-2018, del così detto “VAR” ( Video Assistant Referee), cioè un sistema di assistenza all’arbitro mediante l’ausilio di immagini video, così da consentire  allo stesso arbitro di evitare errori di valutazione potenzialmente incidenti sull’andamento e sull’esito della gara ( così dette “ Match changing situation”), la diligenza professionale richiesta al suddetto arbitro è indubbiamente accresciuta, aumentandone la responsabilità.

Tra i casi specifici di utilizzo del VAR sono previsti quelli concernenti il rigore e l’espulsione diretta di un giocatore.

Utilizzo del VAR  che, nei casi di cui sopra,  può avvenire o su segnalazione all’arbitro degli assistenti al VAR, oppure in base a decisione dello stesso arbitro, fermo restando che è quest’ultimo l’unico soggetto deputato a prendere la decisione finale  e ad assumersene la responsabilità.

Qualora si avvalga,  su segnalazione degli assistenti o su propria, spontanea decisione, del VAR, l’arbitro può visionare in slow motion l’esatto punto di contatto in occasione di un fallo fisico o di mano e, a velocità normale, l’intensità del fallo fisico e la volontarietà di quello di mano.

Ne consegue, in ossequio al dovere di diligenza professionale media nei casi normali e a quella di diligenza minima nei casi più complessi, che sia contrario a tale dovere il mancato utilizzo del VAR da parte dell’arbitro.

Così come contrario ai doveri di terzietà ed imparzialità è il comportamento dell’arbitro che, con riferimento alla medesima azione di gioco, mentre consulta il VAR per stabilire l’intensità di un fallo fisico, determinando, a seguito di tale utilizzo, l’espulsione di un giocatore, viceversa, non utilizza il VAR avrebbe potuto determinare un  calcio di rigore a favore della squadra del giocatore espulso.

Decisione, quella dell’espulsione di quest’ultimo, poi smentita dal Giudice sportivo che ha sancito essere quel fallo non dovuto a comportamento violento, bensì a comportamento antisportivo : vale a dire un comportamento che avrebbe dovuto indurre l’arbitro a decretarne, non l’espulsione, bensì la semplice ammonizione.

E’ innegabile che l’inosservanza colposa, nella fattispecie, da parte dell’arbitro del dovere di diligenza professionale, oltre che media, anche minima, ha influito in maniera decisiva sull’andamento e sull’esito della gara, in maniera negativa per la Lazio.

Un andamento ed un esito causa di danni, patrimoniali e non patrimoniali, ai tifosi, agli azionisti della Lazio, nonchè agli scommettitori che avevano puntato sulla vittoria di quest’ultima.

Quanto, infine, alle azioni giudiziarie proposte da alcuni avvocati, di cui hanno parlato articoli di stampa ( vedasi, al riguardo, le mie Note del 22 dicembre scorso  su www.federsupporter.it), sempre in tema di responsabilità professionale, ritengo opportuno ed utile richiamare l’attenzione sugli aspetti che seguono.

Secondo giurisprudenza, di merito e di legittimità, sussiste per l’avvocato l’obbligo, se non vuole incorrere in responsabilità professionale, di valutare tutte le possibilità di esito dell’azione che il cliente intende proporre, a maggior ragione se è  l’avvocato a proporla al cliente, omettendo di informarlo sulle possibilità che vi siano fondate ragioni per un esito negativo dell’azione stessa.

Né la responsabilità professionale viene meno se il cliente abbia, per ragioni di lavoro o per scelta professionale, specifica competenza in materia giuridica, sussistendo, comunque, a carico dell’avvocato il dovere di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto  e gli eventuali elementi di fatto e di diritto contrari all’utile esperimento ed al successo dell’azione.

A questo proposito, la Cassazione ( Sentenza n. 10289/2015) ha stabilito che “ L’avvocato è responsabile della strategia messa in atto negli interessi difensivi del cliente, ed il fatto che la stessa sia stata concordata o ispirata dallo stesso assistito non lo salva dalla responsabilità per aver usato una tattica sbagliata perdendo la causa” e, ancora,  che l’avvocato è tenuto ad assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che durante lo svolgimento del rapporto, “ non solo al dovere di informazione del cliente ma anche ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione dello stesso- dovendo, tra l’altro- sconsigliare il cliente dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.”.

Avv. Massimo Rossetti

 

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