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I sei PERCHE' del Decreto sicurezza

 23 luglio  2019-   Il Decreto sicurezza, in questi giorni in corso di conversione in legge, per quanto riguarda, in particolare le manifestazioni sportive ( artt. 13-17) presenta aspetti particolarmente repressivi.

Il provvedimento modifica in modo sostanziale l’originario impianto della Legge 13 dicembre 1989,n. 41 che ha introdotto provvedimenti nel settore del giuoco delle scommesse e della correttezza delle manifestazioni sportive, inasprendo  il limite temporale del Daspo  ( fino a 10 anni) e per le gare che si svolgono all’estero, delegando anche alle Autorità degli altri Stati membri della UE la possibilità di disporre il Daspo.

Si rinvia alla Nota di Federsupporter (www.federsupporter.it) sull’efficacia dei nuovi provvedimenti e sui sei “Perche’”  le società di calcio e le Istituzioni sportive  non vogliono affrontare in modo sistematico un cambiamento dovuto e doveroso soprattutto verso i tifosi.

 Alfredo Parisi

 

Decreto Legge n. 53/2019: Disposizioni urgenti in materia di contrasto alla violenza in occasione di manifestazioni sportive. Una nuova “ grida manzoniana”.

Nel Capitolo III de “I Promessi Sposi”, il Dottor  Azzeccagarbugli così si rivolge a Renzo “ Ah ! ecco ecco… il 15 d’ottobre 1627 ! Sicuro, è dell’anno passato: grida fresca : son quelle che fanno più paura”.

Parole che, a mio avviso, ben si attagliano  alle nuove disposizioni in oggetto di cui al Decreto legge all’esame per la sua conversione in legge.

Si tratta, in sostanza e nel complesso, di una congerie di norme modificative ed integrative di precedenti norme in materia, tutte risalenti nel tempo, che inaspriscono sanzioni amministrative e penali già in vigore e che,  dal punto di vista qualitativo, non presentano alcuna novità.

Disposizioni che si pongono in linea di assoluta continuità con una tendenza ed un orientamento legislativi che privilegiano una finalità repressiva, ai limiti e, in certi casi, anche oltre, della violazione di diritti fondamentali della persona, costituzionalmente garantiti e tutelati.

Ma, quel che è persino peggio, è che tale alluvionale produzione legislativa, con stratificazione e sovrapposizione di norme le une affastellate alle altre, così come le evocate “ grida manzoniane”, si è rivelata ampiamente insufficiente e inefficace.

Per lo più, infatti, non ci si è preoccupati e non ci si preoccupa del fatto che una norma,per risultare efficace e per conseguire gli effetti voluti, necessita degli strumenti per farla rispettare ed applicare, nonché della volontà, oltre che della capacità, di farla rispettare ed applicare.

Al riguardo, mi chiedo e chiedo che senso e che utilità abbia l’aumento della durata massima del Daspo, se, poi, si deve tuttora constatare che molti daspati entrano liberamente negli stadi?

E, inoltre, che senso e che utilità abbia l’insistenza su forme di responsabilità di gruppo o collettiva, quando si dispone- rectius si dovrebbe disporre- di biglietti e abbonamenti nominativi, di strumenti di rilevazione a distanza, di dati biometrici, tali per cui si può- potrebbe- , quasi sempre e con certezza, riuscire ad individuare chi commette violazioni dentro e fuori gli stadi ?

Ribadisco, come già evidenziato in miei precedenti scritti consultabili su www.federsupporter.it, che la Cassazione, Sezione III Penale, in sede di interpretazione ed applicazione della normativa

 

 

 

che ha introdotto il così detto Daspo di gruppo o collettivo, con sentenza n. 22266 del 3 febbraio/27 maggio 2016, ha stabilito che il Daspo non è applicabile, prescindendosi dalla partecipazione attiva del singolo ad un fatto o comportamento illecito, solo sulla base della mera presenza fisica, casuale o fortuita in un gruppo di persone.

In caso contrario, sancisce la Cassazione, si perverrebbe ad una forma di responsabilità collettiva contraria al nostro ordinamento ed a quello europeo, “ retaggio di trascorse, e non illuminate, epoche storiche e giuridiche… secondo la logica del “ tipo normativo d’autore” ( Tatertyp), elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca”

Perché le società di calcio non si avvalgono del diritto di non vendere biglietti o abbonamenti a soggetti non graditi, così come è – sarebbe- consentito, essendo gli impianti sportivi non luoghi pubblici, bensì aperti al pubblico ?

Perché, in altre parole, per gli stadi non si fa quello che comunemente fanno i proprietari e gestori di discoteche, anch’esse luoghi aperti al pubblico, che non permettono l’accesso a persone sgradite ?

Perché si continua a far credere che ciò sia possibile solo se gli stadi sono di proprietà delle società, quando,  per esercitare il diritto di esclusione di cui sopra,  è sufficiente che l’organizzatore e gestore dell’evento sia in possesso  di un qualsivoglia, legittimo titolo giuridico di disponibilità del luogo in cui si tiene l’evento stesso ?

Perché si continua ad invocare il così detto “ Modello inglese”, con tanto di steward  che arrestano istantaneamente chi commette violazioni negli stadi e li traduce in apposite celle realizzate in questi ultimi, mentre ciò non è assolutamente consentito dal nostro ordinamento costituzionale, essendo l’uso legittimo della forza e la limitazione della libertà personale riservati allo Stato ed inibiti a qualsiasi soggetto privato ?

Perché, invece di invocare continuamente il suddetto modello, non si evoca e si realizza il “ Modello tedesco” che, storicamente, riserva alle tifoserie più appassionate e calde apposite “ standing area” negli stadi, dove si può seguire la partita anche in piedi e con l’utilizzo di bandiere, striscioni, sciarpe, strumenti acustici ed a percussione ( vedasi, per esempio, il famoso “ muro giallo “ del Borussia Dortmund), pur nel rispetto di regole di civile convivenza ?

A questo proposito, ricordo che, sin dai primi anni ’90, proprio a seguito di disordini ed atti di teppismo negli stadi, la Lega Nazionale tedesca ha introdotto l’obbligo per le società di riservare negli stadi settori con posti in piedi.

Perché, ancora, si continua ad insistere sulla traslazione della responsabilità oggettiva indistintamente sugli spettatori, inclusi quelli- e sono la stragrande maggioranza- del tutto

 

 

 

incolpevoli ,vietando loro di assistere alle gare, senza neppure il rimborso del prezzo del biglietto o della quota di abbonamento non potuta usufruire ?

Quanto sopra, sulla base di clausole contrattuali nulle perché contra legem, contenute in moduli unilateralmente predisposti dalle società ed imposte ai tifosi acquirenti titoli di accesso agli stadi, facendo finta di ignorare che il tifoso, nel momento in cui effettua tale acquisto, assume la qualità di consumatore, al quale si applicano, in tutto e per tutto, le norme del Codice Civile e del Codice del consumo a sua tutela.

Norme che precludono l’uso di siffatte clausole e che, recentemente,  grazie ad una intensa attività di monitoraggio ed intervento posto in essere dal Movimento Consumatori, con il quale Federsupporter ha stipulato nel marzo scorso un accordo di partenariato, ha già conseguito e sta conseguendo importanti risultati ( vedasi, al riguardo, la Nota  dell’ 8 luglio scorso su www.federsupporter.it ).

Per finire,  bisogna constatare, ancora una volta, come Federsupporter sia rimasta, da anni, purtroppo, inascoltata su questi argomenti dalle Istituzioni, statali e sportive, nonché sia stata ignorata da gran parte degli organi di informazione e, quel che è peggio, non supportata da gran parte dei tifosi, nel cui interesse e per la cui tutela ha sempre portato avanti e continuerà a portare avanti la sua battaglia, nella speranza e nell’auspicio che i suddetti tifosi vogliano rendersi, finalmente, consapevoli e scrupolosi difensori dei propri sacrosanti diritti ed interessi.

 

Avv. Massimo Rossetti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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